

Ho avuto modo più volte di evidenziare sull’assoluta idiosincrasia di alcune forze politiche nei confronti della realizzazione delle infrastrutture. Gli articoli, le interviste ed i miei interventi lo dimostrano.
Domenica 3 dicembre all’assemblea della Fai di Brescia ho avuto modo di evidenziare ancora una volta tale aspetto.
Per questo riprendo, spero che non se ne adonti né di infrangere leggi, riportare quanto uno dei massimi esperti, a mio avviso, dei sistemi di trasporto e di logistica ha pubblicato sul resoconto settimanale del 4 dicembre 2023.
Conosco l’ingegner Ercole Incalza da tanti anni. Iniziò con il ministro Signorile e ebbi il piacere e l’occasione di frequentarlo quando era uno dei collaboratori del ministro Pietro Lunardi. Ercole Incalza è stato uno degli artefici insieme a Lorenzo Necci dell’ultimo Piano della logistica e dei trasporti approvato dal Cipe nel 2006.
Lascio a coloro che vorranno leggere le Sue opinioni, riportate su “Le stanze di Ercole” che ogni lunedì ha la cortesia di inviarmi.
Come si fa a non condividerne i contenuti! Leggete, leggete.
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Tratto da “Le Stanze di Ercole“
Mi hanno colpito le dichiarazioni del Presidente della Confindustria Carlo Bonomi in occasione di un convegno svoltosi a Courmayeur relativo al tema “Il fattore tunnel. La fragilità delle connessioni tra l’Italia e l’Europa”, Mi hanno colpito perché finalmente la Confindustria scopre il ruolo dei valichi e la dimensione drammatica del danno generato dalla momentanea chiusura di un solo valico. Per questo motivo riporto di seguito alcuni passaggi dell’intervento di Bonomi e alcuni dati prodotti dalla Confindustria, sempre in tale occasione.
Bonomi, in particolare, ha precisato: “È necessario richiamare l’attenzione su ciò che sta continuando ad accadere sulle infrastrutture alpine. La chiusura del traforo del Monte Bianco non è un tema della Valle d’Aosta, è una questione nazionale. Quella delle infrastrutture non è una battaglia corporativa delle imprese, è una battaglia strategica per il Paese. È un tema delle imprese di tutta Italia e noi non possiamo assistere inermi nel perdere PIL, posti di lavoro e ricchezza dei nostri territori. Esiste una fragilità delle infrastrutture, inadeguate e con una scarsa manutenzione. Ciò che sta accadendo oggi al traforo del Monte Bianco ne è stata una conseguenza. Quest’anno abbiamo avuto la interruzione della linea ferroviaria del Gottardo, la chiusura del traforo stradale del Frejus e della galleria stradale del San Gottardo. Il Monte Bianco ha una chiusura programmata per tre mesi all’anno per i prossimi diciotto anni. A tutto ciò dobbiamo aggiungere le limitazioni del traffico imposte dall’Austria. Sono molti anni che registriamo un irritante fastidio da parte del ceto politico a tutti i livelli, anche europeo, a confrontarsi nel merito sui temi da affrontare. Irritante fastidio nei confronti dei corpi intermedi che cercano con perizia e serietà di contribuire alla crescita economica, sociale e sostenibile dei nostri territori. Occorre agire su più livelli. Vediamo una grande concentrazione di investimenti sul trasporto persone, ma non se ne fanno sul trasporto merci che è fondamentale anche in chiave di sostenibilità. Occorre intervenire con urgenza sulla disapplicazione delle limitazioni del traffico stradale dei mezzi pesanti imposto lungo l’asse del Brennero; è necessaria una gestione coordinata attraverso una unica struttura composta dagli stakeholders che sono interessati su queste tematiche. In particolare sul Monte Bianco è fondamentale la realizzazione della seconda canna: con gli interventi programmati su gli altri trafori al 2029 resterà il solo a canna unica”
Mentre i dati forniti in tale occasione, dati più volte riportati in mie note, fanno solo paura: il 42% degli scambi italiani con l’Unione Europa (quella a 27 Stati), pari a 290 miliardi di euro, passa attraverso le Alpi, mentre il volume complessivo del trasporto merci transalpino è pari a 204,3 milioni di tonnellate.
Ora dopo questa lettura, dopo questo risveglio a valle di anni di sconcertante torpore, l’ultimo di allarme sulla “emergenza valichi” era stato denunciato dall’ex Presidente della Confindustria Antonio D’Amato e dai Direttori Generali, sempre di Confindustria Stefano Parisi e Gianpaolo Galli, cioè poco meno di 25 anni fa, nascono spontanei alcuni interrogativi che riporto di seguito:
Dove era la Confindustria nel 2018 quando l’ex Presidente del Consiglio Giuseppe Conte dichiarò inutile bloccandolo l’intervento relativo al tunnel ferroviario Torino – Lione sulla base di uno studio del professor Marco Ponti?
Dove era la Confindustria quando nel 2016 il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti decise di effettuare un project review dell’intervento relativo al Terzo Valico ferroviario dei Giovi; un intervento finalizzato a rendere fluidi i traffici lungo l’asse Genova – Rotterdam; un blocco che ritardò di circa tre anni l’avanzamento dei lavori?
Dove era la Confindustria quando nel 2002, durante il Governo Berlusconi, si chiese alla Unione Europea un coinvolgimento nella realizzazione del tunnel ferroviario del Brennero?
Dove era la Confindustria in tutti questi anni in cui si è solo discusso di realizzare una seconda canna del tunnel del Monte Bianco senza praticamente fare nulla?
Mi fermo qui perché non intendo fare polemica oggi che il Presidente Bonomi ha finalmente scoperto che la chiusura di un solo valico incrina automaticamente la crescita del PIL. È solo strano che un simile convincimento, una simile denuncia l’avesse già espressa il Premio Nobel Vassily Leontief nel lontano 1984 quando, in occasione della redazione del Piano Generale dei Trasporti del nostro Paese, condivise in modo pieno la realizzazione di quattro nuovi valichi e, sempre 40 anni fa, ci anticipò il concetto di “ridondanza” soprattutto per quelle opere che se non realizzate mettono in crisi la osmosi tra distinti sistemi economici.
Sono davvero contento che dopo quaranta anni la Confindustria lo abbia capito. Meglio tardi che mai!
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Più comunicati stampa, più articoli di primari quotidiani nazionali, più dichiarazioni di esponenti del mondo della politica, sì anche di quel mondo che fino a soli dieci anni fa lo riteneva un fallimento, oggi sono concordi nel riconoscere tutti i meriti di questa opera, cioè tutti i meriti del Modulo Sperimentale Elettromeccanico (Mo.S.E.).
A tale proposito riporto, solo a titolo di esempio, alcuni comunicati che tutti abbiamo potuto leggere in questi giorni e che in piena sintonia ribadivano: “in questi ultimi giorni, cioè il 27, 28 e 30 ottobre alle Bocche di Porto si sono raggiunti anche 154 cm. che tradotto in acqua alta significa che il 70% della superficie di Venezia si sarebbe allagata”.
Inoltre il referente del centro maree del Comune di Venezia Alvise Papa ha fatto presente che Venezia ha avuto il settembre più caldo della storia della città e che in queste ultime due settimane si sono formate, per la prima volta, delle repentine e intense perturbazioni.
E sia il Sindaco Brugnaro, che il Prefetto di Venezia Michele di Bari che la Commissaria straordinaria del Mo.S.E. Elisabetta Spitz, hanno dichiarato, ancora una volta, che il sistema Mo.S.E. si sta rivelando fondamentale per la salvaguardia di Venezia. In realtà il Modulo Sperimentale Elettromeccanico (Mo.S.E.) ha evitato enormi disagi e gravi rischi per la città; il Modulo, attivo dal 3 ottobre del 2020, è stato sollevato 60 volte (è utile ripeterlo sessanta volte) per difendere la città dalle maree eccezionali.
Io come consigliere dell’allora Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti professor Pietro Lunardi e poi come responsabile della Struttura Tecnica di Missione del Ministero ho vissuto direttamente tutte le fasi che hanno reso possibile la trasformazione di una intuizione progettuale, senza dubbio all’avanguardia della ingegneria moderna, di una intuizione progettuale sostenuta in modo particolare da un grande uomo politico come il Ministro Gianni De Michelis, in opera concreta.
Non posso però non ricordare che a sostenere l’opera si è stati in pochi e non posso non ricordare che l’opera si è realizzata grazie alla Legge Obiettivo varata nel 2001 dal Governo Berlusconi, all’interno del Dicastero delle Infrastrutture e dei Trasporti diretto dal Ministro Lunardi; sì abbiamo oggi il Mo.S.E. grazie ad una Legge che per alcuni fu ritenuta “criminogena”. Insisto nel ricordare che si è stati in pochi ad apprezzare l’intervento e che anche a valle della messa in funzione dell’opera nel 2014 abbiamo assistito a critiche e a diffuse denunce sulla sua inutilità e sulla sua falsa funzione.
Oggi, di colpo, tale approccio è cambiato ed è rimasta sola la inesauribile critica di quel gruppo di soggetti definiti “ambientalisti” (i veri ambientalisti sono completamente diversi) che di fronte alla evidenza, di fronte alla misurabile sconfitta delle loro supposizioni, delle loro gratuite analisi, non dico delle loro idee perché a mio avviso difficilmente in loro albergano idee, hanno dichiarato: “Chi conosce la laguna sa che il Mose è già vecchio e che gli studiosi stanno cercando altre soluzioni. La laguna non è una vasca che si apre e si chiude ma è un ecosistema complesso che riceve l’acqua salata del mare e l’acqua dolce dei fiumi e ha bisogno di un ricambio continuo. Più il livello del mare si alzerà, più si vorrà sollevare il Mose con il rischio di trasformare Venezia in una città su un lago o su una costa”. Siccome questa dichiarazione è stata riportata virgolettata ritengo utile che il lettore conosca anche i nomi di coloro che hanno formulato tale dichiarazione, sono gli ambientalisti Tommaso Cacciari e Andreina Zitelli.
Ora sono convinto che questa esperienza pilota, come più volte ribadito dal Presidente Berlusconi e dall’allora Ministro Lunardi non dovrà essere solo un sistema ad alta tecnologia mirato alla difesa di una città patrimonio della umanità come Venezia ma dovrà diventare un vero modello, un vero specialistico laboratorio internazionale per la miriade di realtà territoriali diffuse sul pianeta e soggette o ad innalzamento del livello del mare o a sistematiche maree anomale.
Cioè un vero riferimento di studio e di ricerca perché, quello che chiamiamo Modulo Sperimentale Elettromeccanico, possa davvero essere un esempio utile per salvare altre aree a rischio. Al tempo stesso l’impianto dovrebbe diventare un vero centro universitario in cui poter dare vita ad un processo didattico a scala internazionale.
Devo dare atto che queste realizzazioni ci riempiono di orgoglio e quando siamo presi da scoraggiamento queste eccellenze ingegneristiche ci ricaricano perché, in fondo, scopriamo che siamo in grado di immaginare, di progettare, di realizzare e di gestire sistemi così avanzati, sistemi così complessi come il Mo.S.E. ed oggi stiamo avviando a realizzazione un altro intervento come quello del Ponte sullo Stretto di Messina che testimonierà, ancora una volta, che il nostro DNA contiene anche fattori di eccellenza.
Voglio concludere questa mia nota ricordando che il Mo.S.E. non era stato pensato e realizzato per evitare l’acqua alta a Venezia, ma per evitare che un evento con livelli del mare elevatissimi “distruggesse Venezia” (sì distruggesse Venezia); come riportato da dati oggettivi questo rischio, o meglio questa serie di eventi, in parte si è già verificata e Venezia non è scomparsa.
Lo so, come detto prima, la nostra memoria storica è corta ma forse tutti ricorderanno il comportamento di alcuni schieramenti politici nei confronti del Mo.S.E. ed il repentino cambiamento dopo che tutti, dico tutti, hanno potuto apprezzarne il valore; lo stesso è accaduto per l’alta velocità ferroviaria e lo stesso è accaduto e continua ad accadere per il Ponte sullo Stretto; questo è, in realtà, un comportamento tipico degli schieramenti politici che motivano la propria esistenza, motivano gli stessi propri convincimenti opponendosi, anche inconsapevolmente, alla crescita ed allo sviluppo e in modo camaleontico sono pronti a modificare il proprio atteggiamento quando si scopre che ciò che avevano osteggiato ha successo.
Molti della mia generazione però hanno una virtù: scoprono quasi sempre i camaleonti ed hanno anche il coraggio di denunciarne la loro modestia, la loro miopia.