Bankitalia: Crisi, Stiamo uscendo dalla Guerra dei 7 Anni’ – 19/03/2015

Confcommercio: mercato del lavoro in miglioramento; Sangalli: ci sono segnali di ripresa, ma no a facili ottimismi, servono interventi per far ripartire il Sud – 22/03/2015

23 Marzo 2015

Confindustria: Squinzi: ‘per ripartenza vera serve andare avanti con le riforme’ – 19/03/2015

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La Guerra dei Sette Anni è quella da cui sta uscendo leconomia italiana. Non una guerra tradizionale, ma una di queste guerre moderne, virtuali, in cui capannoni, uffici, posti di lavoro possono vaporizzarsi con il click di un mouse. La metafora è del direttore generale della Banca dItalia, Salvatore Rossi che, intervenendo al Collegio Borromeo di Pavia, ricorda come rispetto a sette anni fa: produciamo quasi un decimo in meno, lindustria ha subito una contrazione del 17 per cento, le costruzioni di oltre il 30. Sono stati distrutti allincirca un milione di posti di lavoro.Le imprese investono un terzo in meno, le famiglie spendono l8 per cento in meno. Le esportazioni sono a stento rimaste costanti. E aumentata la diseguaglianza fra le imprese e fra le famiglie. Secondo Rossi, ora, però, ci sono tutti i presupposti per ripartire. Ma la ripartenza, avverte, è timorosa, va incoraggiata. Molte imprese sono pronte a investire ma ancora esitano a farlo. Se le loro decisioni saranno rapidamente positive ne discenderà un aumento delloccupazione e la ritrovata fiducia si trasmetterà anche alle famiglie consumatrici. Per Rossi, linnovazione è centrale per lo sviluppo economico. Negli anni passati, osserva, gran parte del sistema produttivo italiano, fatto da molte piccole imprese poco propense alla crescita, ha reagito con lentezza allopportunità di sfruttare le nuove tecnologie. Il complesso delle imprese italiane mostra un forte divario di capacità innovativa rispetto ad altri sistemi avanzati. In unindagine effettuata agli inizi della crisi solo il 40 per cento dichiarava di svolgere innovazione di prodotto o di processo; il 64 per cento in Germania. In Italia la spesa totale per attività formale di ricerca e sviluppo nel 2013 era pari all1,2 per cento del Pil, rispetto al 2,1 della media dellUnione europea, al 2,9 della Germania. La distribuzione degli investimenti in ricerca e sviluppo è molto concentrata: nel 2013 alle prime tre imprese per livello di spesa faceva capo il 56 per cento della spesa privata totale, a fronte del 39 in Germania.Per sviluppare il capitale umano di un paese, argomenta il numero due di Bankitalia, non basta più fornire a un numero elevato di studenti un bagaglio di nozioni da applicare in modo standard durante la loro vita lavorativa. E necessario dare competenza, cioè capacità di imparare continuamente.Negli Stati Uniti, secondo dati dellOcse, sottolinea ancora Rossi, per listruzione universitaria di un giovane si spendono in media 23.000 dollari (prezzi del 2011): la famiglia ne mette 15.000, lo Stato 8.000. In Italia linvestimento complessivo è di soli 6.500 dollari: 2.200 a carico della famiglia e 4.300 a carico dello Stato; è il segno di una scelta culturale antica e poco lungimirante.Limpegno della politica economica nel nostro paese, dice il direttore generale di via Nazionale, deve essere oggi quello di far nascere nuovi imprenditori, convincere gli imprenditori esistenti a far crescere le loro imprese, premiare il coraggio e linventiva, disincentivare le rendite di posizione. Un compito che investe il sistema educativo ma anche lintero ecosistema normativo e istituzionale in cui vivono le imprese produttive. E nelle imprese che si mettono a frutto le conoscenze e le competenze generate nei laboratori e nelle aule, le si trasforma in un flusso continuo di innovazioni, si rilancia leconomia creando posti di lavoro, domanda di beni, redditi, benessere. Spetta alla politica il compito, complesso e gravoso, di fluidificare il circuito conoscenza-innovazione-rilancio economico, rimuovendo ostacoli inutili, fissando i giusti incentivi e disincentivi a tutela di interessi pubblici effettivi, infine assicurando lequità sociale. Sempre rammentando, conclude, che senza sviluppo ogni equità è vana.