TRAGEDIA DI BOLOGNA, NON RACCONTATECI COSA È SUCCESSO MA PERCHÉ È POTUTO (E POTRÀ) SUCCEDERE

Le catastrofi non sono mai la conseguenza d’una causa al singolare….ma sono come un punto di depressione nella coscienza del mondo. Quello che Carlo Emilio Gadda scriveva nel suo romanzo “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana”, vale perfettamente anche per la catastrofe di Bologna, dove l’esplosione di un’autocisterna di Gpl, avvenuta sulla tangenziale a Borgo Panigale dopo un violentissimo tamponamento con una bisarca, ha causato un morto e 67 feriti. 


Una tragedia che ha diverse cause (a partire da un’attenzione alla sicurezza stradale che esiste troppo spesso solo nelle dichiarazioni e quasi mai nei fatti) e con una depressione nella coscienza collettiva che si può riassumere nell’incapacità di tutti, a cominciare dagli organi d’informazione, di saper distinguere l’episodio dalle ragioni, l’effetto dalle cause. Quello che lascia allibiti, all’indomani della tragedia, è leggere “soltanto” le cronache dell’accaduto, le ricostruzioni e le ipotesi su cosa possa essere avvenuto, in quella manciata de secondi che ha preceduto l’impatto, nella cabina dell’autocisterna guidata da un autista di 42 anni. Un malore? Un colpo di sonno? Una disattenzione? Forse non lo sapremo mai. Solo cronache: nessun approfondimento su ciò che avrebbe potuto essere fatto per evitare quella tragedia e che è esattamente lo stesso che ora, con un morto e 67 feriti in più sulla “coscienza” del Paese, deve essere fatto. Per provare, almeno, a impedire che possa ripetersi. Perché se impedire con certezza assoluta il pericolo incidenti è impresa impossibile, prevenirli invece non è solo possibile ma è un preciso dovere al quale lo Stato non può più sottrarsi, intervenendo per sanare situazioni abbandonate a se stesse e diventate col passare degli anni e dei decenni, sempre più pericolose.


Quello che va fatto, senza più se ne ma, viene ribadito ormai da anni da Conftrasporto, partendo dai controlli, sulle strade e nelle aziende, per arrivare alla formazione di veri professionisti della guida da “imporre” a chi invece è lasciato lìberissimo di fare concorrenza sleale mettendo al volante autisti improvvisati ma disponibili a guidare per 10, 12 o 14 ore di fila magari falsificando, con una semplice calamita, il tachigrafo che racconta i chilometri percorsi. Senza dimenticare il riammodernamento delle flotte mezzi, per mettere in strada tir meno inquinanti e pericolosi; senza scordare le manutenzioni alle infrastrutture capaci di crollare e uccidere, come avvenuto ad Annone Brianza nel lecchese ormai due anni fa. Situazioni sotto gli occhi di tutti, ma che qualcuno da mesi, anni, non vuol vedere. 


Sono anni che Conftrasporto denuncia come in Germania ogni anno vengano fermati e controllati un milione e 100mila mezzi pesanti, mentre in Italia sono si e no un decimo lasciando via libera a chi della sicurezza se ne frega e non può certo essere spaventato da una pattuglia incrociata dopo centinaia di chilometri percorsi. Esiste un documento, la Road Alliance, firmato da nove Paesi europei, fra cui l’Italia, per promuovere, attraverso reali controlli, una politica integrata per la tutela dei diritti sociali dei lavoratori e della sicurezza stradale nel settore dell’autotrasporto. La via è indicata, cosa aspettiamo a imboccarla con controlli (sulla strade ma anche nelle imprese, perché a volte a guidare i dipendenti a compiere un reato, ricattandoli, sono i committenti) che consentano davvero di stabilire il rispetto delle norme sui tempi di guida e riposo, dei limiti di velocità, dei limiti di massa e delle condizioni del veicolo? Condizioni che possono esistere solo se è garantita (dai controlli) una gestione “legale” dell’attività, se esiste una professionalità degli uomini e una manutenzione adeguata dei mezzi. 


Cosa che riporta a un’altra causa “dimenticata”: i costi minimi per l’autotrasporto, ovvero tariffe che consentano, oltre che di avere in cabina un professionista della guida, motori e carrozzeria in ordine, impianti frenanti controllati, pneumatici con battistrada non consumati. Sarà solo per una pura casualità che da quando la legge che obbligava a garantire il rispetto dei costi minimi, derivanti dai costi incomprimibili, nelle prestazioni di autotrasporto, è stata depotenziata gli incidenti sono incrementati? A proposito di costi: molte imprese che hanno mezzi vecchi di 10 o 15 anni non possono sostenere quelli per adeguarli tecnologicamente. Fai Conftrasporto, dopo aver rivolto più inviti ai Governi per “spingere al massimo” con incentivi mirati la sostituzione di vecchi mezzi con altri più ecologici (oltre che sicuri), alla luce di quanto avvenuto a Bologna lancia un nuovo, appello: incentivare l’installazione di sensori che avvisino l’autista che si sta avvicinando pericolosamente al mezzo che lo precede. Così anche i mezzi più datati potranno “leggere “ il traffico, mezzi da lasciar viaggiare su strada solo dopo che avranno superato la revisione, in Motorizzazioni civili dove però le attese attualmente sono di mesi. 
Il Paese oggi ha necessità di un’informazione capace di svoltare radicalmente, non raccontando cosa è successo, ma perché è potuto succedere. Un paio d’anni fa il Corriere della Sera ha pubblicato un’inchiesta intitolata “I tir e gli autisti a chilometraggio illimitato venuti dall’Est”, per denunciare il mondo di camionisti improvvisati che vengono da Romania, Serbia, Bulgaria o Slovacchia e che per 500 euro al mese lavorano senza regole, reclutati da agenzie interinali che a loro volta contattano direttamente le ditte italiane offrendo un dumping umano a chilometraggio illimitato”. La stampa cominci a raccontare agli italiani che fine hanno fatto le stazioni di controllo mobili acquistate nel 2004 per consentire alle pattuglie della polizia di fare accertamenti sui mezzi pesanti in qualsiasi area d’Italia, o tante altre realtà analoghe. E forse impareremo che quanto accaduto a Bologna oggi è l’effetto di ieri ma è anche la causa di domani…


Paolo Uggè, vicepresidente nazionale di Conftrasporto e di Confcommercio.

08 agosto 2018

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